La Napoli “bella”: Don Antonio Loffredo, i ragazzi del Rione Sanità e la Cooperativa La Paranza

Questa è la Napoli che mi piace, questa è la Chiesa che mi piace e questi sono i progetti e le iniziative che mi piacerebbe vedere sviluppare e crescere anche nella mia città dove vivo e lavoro, Roma.

Domenica 18 Novembre ho organizzato per i miei clienti un tour a Napoli, una città incredibilmente bella e affascinante.

Ho scelto un itinerario un po’ meno noto nel Rione Sanità. Il tour comprendeva, tra i vari luoghi che abbiamo visitato,  il Cimitero delle Fontanelle e due interessantissimi  siti ipogei che si trovano nel Rione Sanità: le Catacombe di San Gennaro e le Catacombe di San Gaudioso, aperte al pubblico da non molto, grazie all’iniziativa del parroco del Rione e alla forza di volontà dei ragazzi della Sanità.

Le bellissime Catacombe di San Gennaro (Foto dell’autore)

Entrambe le Catacombe si trovano a poca distanza tra di loro nel Rione Sanità. La valle che oggi accoglie uno dei quartieri più popolosi di Napoli, è stata un tempo necropoli e area cimiteriale. In quest’area sorsero ipogei ellenistici e, successivamente, catacombe paleocristiane come quelle di San Gennaro e San Gaudioso.

Dal XVII secolo la zona fu chiamata “Sanità” perché ritenuta incontaminata e salubre, anche grazie a proprietà miracolose attribuite alla presenza delle tombe dei Santi.

Il nostro gruppo in visita nelle Catacombe di San Gennaro mentre ascolta le spiegazioni della guida interna. (Foto dell’autore)

Sono ben nove le catacombe e i complessi ipogei sotto il Rione Sanità, di cui solo alcuni sono stati portati alla luce, cioè San Gennaro, San Gaudioso, San Severo e il più recente ossario delle Fontanelle.

Le Catacombe di San Gennaro sono disposte su due livelli non sovrapposti, entrambi caratterizzati da spazi estremamente ampi, a differenza delle più famose catacombe romane. Questo grazie alla lavorabilità e alla solidità del tufo.

La catacomba superiore ha origine da un antico sepolcro, databile al III secolo d.C., e conserva alcune delle prime pitture cristiane del sud Italia.

Le bellissime pitture cristiane delle Catacombe di San Gennaro
(Foto del’autore)

La sua espansione è iniziata con la traslazione nel V secolo delle spoglie di San Gennaro. La presenza del martire fece sì che la catacomba superiore diventasse meta di pellegrinaggio e luogo ambito per la sepoltura.

Testimonianza di questo è anche la maestosa basilica adjecta, una basilica sotterranea a tre navate, realizzata dopo la traslazione dei resti di San Gennaro.

La maestosa basilica adjecta, una basilica sotterranea a tre navate, realizzata dopo la traslazione dei resti di San Gennaro. (Foto dell’autore)

La catacomba inferiore è un fitto reticolo scavato nel tufo.

Catacombe di San Gennaro, la catacomba inferiore 
(Foto dell’autore)

L’imponente vestibolo inferiore, con soffitti alti fino a 6 metri, ospita una grande vasca battesimale voluta dal vescovo Paolo II, che nell’VIII secolo si rifugiò nelle Catacombe di San Gennaro a causa delle lotte iconoclaste.

La grande vasca battesimale del vestibolo inferiore delle catacombe di San Gennaro (Foto dell’autore)

Sotto la Basilica di Santa Maria della Sanità, centro nevralgico del Rione, sorge quello che era il secondo cimitero paleocristiano più importante della città.  Qui fu sepolto San Gaudioso tra il 451 e il 453 d.C. , e il luogo della sua sepoltura diventò ben presto oggetto di culto. Da lì cominciò ad espandersi il cimitero ipogeo paleocristiano poi diventato Catacombe di San Gaudioso.

Nel Seicento il sito ospitò principalmente sepolture riservate ai nobili e al clero con un procedimento particolare che prevedeva la pratica della scolatura tramite il quale si ponevano i cadaveri in nicchie in modo da far perdere loro i liquidi. Questo processo avveniva in piccole cavità dette seditoi, scolatoi o in napoletano cantarelle, dal greco canthàrus, per il vaso posto al di sotto del defunto, che aveva la funzione di raccogliere i fluidi cadaverici. Una volta concluso il processo, le ossa venivano lavate e deposte nella loro sepoltura definitiva.

I seditoi o scolatoi delle catacombe di San Gaudioso, dove venivano posti i cadaveri in modo da far perdere loro i liquidi. (Foto dell’autore)

Questo compito macabro era assolto dallo schiattamuorto che aveva il compito di porre i cadaveri a scolare, avendo cura di praticare dei fori sui corpi in modo da favorirne il processo di disseccamento.

Oggi, nonostante le mansioni siano cambiate, il becchino a Napoli è chiamato ancora schiattamuorto.

I teschi venivano apposti a vista nelle pareti dell’ambulacro, mentre il resto del corpo era affrescato, generalmente con gli abiti e gli attrezzi del mestiere che rappresentavano la posizione sociale del defunto.

Gli affreschi dei defunti nelle Catacombe di San Gaudioso con la nicchia dove veniva posto il teschio.
(Foto dell’autore)

Il Rione Sanità e il ponte che divide

Il Rione Sanità si trova ai piedi della collina di Capodimonte, a pochissima distanza dal centro storico. Fu edificato alla fine del XVI secolo in un vallone utilizzato sin dall’epoca greco-romana come luogo di sepoltura.

Si sviluppò poi urbanisticamente dal XVII secolo, a partire dalla costruzione della Basilica di Santa Maria della Sanità, diventando l’area prescelta da nobili e borghesi napoletani per le proprie dimore.

Nel XVIII secolo le sue strade diventarono il percorso della famiglia reale dal centro della città alla Reggia di Capodimonte. Ma il percorso risultava particolarmente tortuoso, per questo durante il decennio francese fu creato un collegamento diretto tramite una nuova strada, ampia e scorrevole, il corso Napoleone (oggi via Santa Teresa degli Scalzi e corso Amedeo di Savoia).

Dipinto attribuito ad Ippolito Caffi (1809–1866) che rappresenta il corso Napoleone a Napoli

Il percorso ad un certo punto si trovava dinanzi all’immenso vallone della Sanità. Era dunque necessario un ponte che scavalcasse il vuoto per proseguire in direzione della reggia, ma proprio dove il ponte doveva essere eretto sorgeva il seicentesco complesso di Santa Maria della Sanità.

La sua costruzione, su disegno del frate domenicano Giuseppe Nuvolo, risale a un periodo compreso tra il 1602 e il 1610. Del complesso oltre alla chiesa facevano parte due chiostri, uno più grande di forma rettangolare ed uno più piccolo di forma ellittica. Insieme al chiostro fu costruito anche un convento che lo rese, alla fine del Seicento, una delle strutture più ricche e autonome visto che poteva vantare giardini, orti medicinali, piantagioni, una farmacia, una biblioteca e molte opere d’arte.

Particolare delle decorazioni delle lunette del chiostro di Santa Maria della Sanità, dipinte nel 1624 da Giovanni Battista Di Pino con la storia episodi di vita di illustri domenicani.
(Foto dell’autore)

Il complesso “intralciava” però il passaggio del Ponte della Sanità. Il problema fu risolto con la soppressione del monastero, nell’ottica della politica di cancellazione degli ordini monastici, volta ad incamerarne nello stato gli ingenti beni. Il chiostro maggiore e il convento furono  abbattuti, mentre il minore fu notevolmente compromesso.

Alcune immagini del chiostro minore del complesso della Sanità dove si vede un pilone del ponte della Sanità che cade in mezzo allo spazio interrompendo le arcate del chiostro.
(Foto dell’autore)
Alcune immagini del chiostro minore del complesso della Sanità dove si vede un pilone del ponte della Sanità che cade in mezzo allo spazio interrompendo le arcate del chiostro.
(Foto dell’autore)
Alcune immagini del chiostro minore del complesso della Sanità dove si vede un pilone del ponte della Sanità che cade in mezzo allo spazio interrompendo le arcate del chiostro.
(Foto dell’autore)

I lavori per la realizzazione del ponte terminarono nel 1809.

Il risultato in termini di viabilità fu notevole, ma fu disastroso non solo per l’abbattimento del chiostro principale della Basilica di Santa Maria della Sanità, deturpando anche il chiostro minore, ma anche per il quartiere che iniziò ad essere tagliato fuori dalla vita della città, pure così vicina.

Ecco perché la percezione è quella di una periferia al centro di Napoli.

L’isolamento ha fatto sì che il quartiere vivesse sempre più per sé stesso, con pochi scambi con il resto di Napoli, causando anche, nei casi più gravi, situazioni di degrado e criminalità.

Una strada del Rione Sanità
(Foto dell’autore)

L’abbandono del Rione Sanità ha permesso che il degrado entrasse anche nei suoi monumenti e nei suoi edifici storici, lasciando in rovina luoghi come le Catacombe e la Basilica di San Gennaro Extra Moenia.

Il Rione Sanità è diventato uno dei più poveri di Napoli, considerato come “pericoloso” e da evitare assolutamente. La cosa incredibile è che non è periferico, ma addossato al centro storico di Napoli.

Una strada del Rione Sanità
(Foto dell’autore)

Eppure questo Rione è, come si è detto, una delle zone più antiche di Napoli e  qui nel ‘700 c’erano giardini e sontuosi palazzi nobiliari, basti pensare ai bellissimi Palazzo dello Spagnolo e Palazzo San Felice.

Una suggestiva immagine serale della scala a doppia rampa del Palazzo dello Spagnolo che prende il nome da don Tommaso Atienza detto lo Spagnolo, che nel 1813 acquistò l’edificio.
(Foto dell’autore)

Qui la disoccupazione o la “sotto-occupazione” è elevata, nonostante le potenzialità storico-culturali del rione. Qui spaccio, contrabbando e furti sono spesso gli unici modi per vivere. E purtroppo, è la camorra a rappresentare un’alternativa di vita per molti, e continua ad attrarre parte dei ragazzi che abbandonano la scuola dell’obbligo in cerca di facili guadagni e di affermazione sociale. Ed è solo offrendo alternative ai giovani, tra i più esposti all’occasione del “reclutamento” dei vari clan mafiosi,  che potrà essere sconfitta la criminalità camorrista.

Il “Miracolo della Sanità”. Un prete che non parla solo di cose belle ma che le FA.

Nel 2001 don Antonio Loffredo diventa parroco della basilica di S.Maria della Sanità, nota anche come la Chiesa di San Vincenzo “o’monacone”, da San Vincenzo Ferrer, patrono del Rione Sanità. Raccogliendo le idee lanciate dal suo predecessore, don Giuseppe Rassello, il quale sosteneva che la bellezza fa crescere le persone e può dare una spinta all’occupazione, ha creato opportunità attraverso il recupero del patrimonio culturale e artistico del quartiere, con l’aiuto di professionisti e fondazioni.

Don Antonio Loffredo mentre celebra la messa nella suggestiva chiesa di Santa Maria della Sanità, una delle opere più ardite dell’architetto domenicano Fra Nuvolo, che diede così forma a uno dei principali esempi del barocco napoletano. La chiesa ha il presbiterio rialzato per inglobare la precedente basilica paleocristiana.
(Foto dell’autore)

Don Antonio, poco più di 10 anni fa, ha messo in moto una macchina organizzativa per togliere dalla strada i ragazzi del Rione, dando non “assistenza”, ma una nuova vita: un lavoro e l’essere fieri di essere “i ragazzi del Rione Sanità”, un po’ come nell’800 fece Don Bosco, il fondatore dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, con i ragazzi poveri di Torino.

Perché Sanità non è un quartiere di camorra, ma un quartiere dove c’è anche la camorra, come in tutto il resto della città, ma anche un’infinità di bellezze storiche, artistiche e architettoniche che altre parti di Napoli se le sognano.

Ricordiamo anche che il Rione Sanità è legato anche al grande Totò: qui è nato e qui ha vissuto la sua infanzia.

Passeggiando nel Rione Sanità ci si imbatte spesso in cartelli dove è scritto “Totò muore una seconda volta”. E’ l’appello disperato dei napoletani che rivendicano, giustamente, una valorizzazione dei luoghi legati al grande attore.

“Totò muore una seconda volta”. E’ l’appello disperato dei napoletani che rivendicano, giustamente, una valorizzazione dei luoghi legati al grande attore.
(Foto dell’autore)

A cominciare dalla sua casa natale in via Santa Maria Antesaecula, dove visse dal 1898 al 1921, in condizioni fatiscenti.

L’interno della casa natale di Totò in via Santa Maria Antesaecula dove visse dal 1898 al 1921, in condizioni fatiscenti.
(Foto dell’autore)

E per non perdersi tra le vie del Rione, ci si è attrezzati con cartelli “fai da te” per aiutare le persone a trovare la casa.

I cartelli “fai da te” per aiutare le persone a trovare la casa natale di Totò.

Ad indicare che Totò è vissuto in quella casa sono solo una targa in memoria del principe della risata, pagata dai cittadini del quartiere, e un poster  di Borrè  (Fabio Borrelli) proprio sotto il balcone della casa.

La targa affissa nel muro esterno della casa natale di Totò, pagata dai cittadini del quartiere
Il poster realizzato da Borrè  (Fabio Borrelli) sotto il balcone della sua casa natale. L’artista ha voluto rappresentare soprattutto l’uomo e la sua predilezione per la malinconia della notte. Il richiamo alla notte è nella veduta di Napoli onirica nella bombetta. (Foto dell’autore)

I cartelli sulla “seconda” morte di Totò citano non solo la casa, del tutto inagibile e senza alcuna valorizzazione, ma anche il Museo permanente  dedicato all’attore, progetto che risale a più di 20 anni fa, e che dovrebbe essere ubicato in una parte del Palazzo dello Spagnuolo, e ancora “in fase di allestimento”.

Nel secondo e terzo piano del Palazzo dello Spagnolo dovrebbe essere allestito il Museo permanente  dedicato a Totò, progetto che risale a più di 20 anni fa, e che è ancora “in fase di allestimento”. (Foto dell’autore)

Del Rione Sanità fa parte anche il Cimitero delle Fontanelle, nato  come antica cava del tipico tufo giallo napoletano, scavata nella collina, chiamata Fontanelle per i rivoli d’acqua che sgorgavano dalle colline circostanti.

Il Cimitero delle Fontanelle nasce come antica cava del tipico tufo giallo napoletano.
(Foto dell’autore)

Il sito cimiteriale conserva da almeno quattro secoli i resti di chi non poteva permettersi una sepoltura e delle vittime delle epidemie che molto spesso hanno colpito Napoli. Durante la Peste del 1656, secondo alcune fonti la cava accolse 250mila cadaveri su una popolazione di 400mila, mentre per alcuni le vittime furono addirittura 300mila. Per l’elevato numero di resti ormai presenti nell’ossario, già alla fine del Settecento ci fu una prima sistemazione delle ossa.

Il culto delle “anime pezzentelle” nel Cimitero delle Fontanelle
(Foto dell’autore)Qui era vivo il culto delle anime pezzentelle: fino a non molti anni fa era diffusa l’usanza di adottare uno dei teschi dell’ossario.

Il culto delle “anime pezzentelle” nel Cimitero delle Fontanelle
(Foto dell’autore)

Il fedele si prendeva cura dell’anima adottata, pulendone il teschio e rivolgendole preghiere per alleviarne le pene, in cambio di una grazia.

Don Antonio Loffredo sapeva dunque che il Rione Sanità aveva un patrimonio storico-artistico incredibile e sapeva che poteva contare su un patrimonio umano eccezionale: i ragazzi della Sanità. E soprattutto, non aveva alcuna intenzione di entrare nella consueta logica assistenziale, di chiedere agli altri di risolvere i problemi.

Per questo ha pensato di investire sulle due cose migliori che ha trovato: i giovani e il patrimonio.

Don Antonio ripete sempre che le cose belle non solo fanno crescere le persone, ma possono anche dare una spinta al lavoro e all’occupazione. E, aggiungo io, il bello e il bene attira sempre altro bello e altro bene.

Grazie a questa “macchina organizzativa” che è riuscito a mettere in piedi, abbiamo la possibilità oggi di poter visitare luoghi fascinosi e misteriosi quali le Catacombe di San Gaudioso, le Catacombe di San Gennaro, i tesori della Chiesa della Sanità, e altro ancora.

Don Antonio ha poi affidato a La Cooperativa Paranza, appositamente costituita nel 2006 e composta inizialmente da 9 ragazzi della Sanità, la gestione del sistema complessivo.

I ragazzi della Cooperativa La Paranza (http://www.catacombedinapoli.it)

Ragazzi che volevano lavorare per cambiare le cose nel loro Rione. Un cammino di autosviluppo, ed è per questo che hanno deciso di mettere le loro singole esperienze al servizio del Rione Sanità, non per cambiare città, ma per cambiare la città.

Durante le esperienze all’estero vissute da alcuni di  loro, restano piacevolmente colpiti della capacità di valorizzare i luoghi di interesse storico, culturale o naturalistico, per renderli volano di sviluppo economico e sociale per le comunità; e dato che viaggiare apre la mente e gli occhi, tornati a casa iniziano a riscoprire il loro territorio e apprezzare quel potenziale ancora così inespresso.

La sfida divenne quindi continuare a fare ciò che stavano già portando avanti come volontari, per amore e passione del proprio territorio, trasformandolo in un vero lavoro, aprendo le porte del loro quartiere verso l’esterno.

Una delle ragazze della Cooperativa “La Paranza” mentre ci spiega la storia delle catacombe di San Gennaro (Foto dell’autore)

Con il lavoro generato hanno poi potuto assumere anche altri ragazzi. Sono riusciti a riaprire al pubblico eccezionali tesori tra cui le Catacombe di San Gennaro e le Catacombe di San Gaudioso, costruendo nuovi percorsi, rendendoli accessibili ai disabili (Catacombe di San Gennaro), curandone l’illuminazione e tutti i diversi aspetti per offrire al visitatore sensazioni ed emozioni particolarissime.

Si dice che questo affresco delle Catacombe di San Gaudioso abbia ispirato la poesia di Totò “La livella”: <<Ccà dinto,’o vvuo capi,ca simmo eguale? Muorto si’tu e muorto so’ pur’io; ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale>>.
(Foto dell’autore)

Da questa prima cooperativa ne sono nate poi anche altre che hanno creato nuove opportunità per far uscire dal degrado per le persone del quartiere.

Sono così nate la cooperativa Iron Angels, dove ragazzi che hanno imparato il mestiere di fabbro e incisore e recuperando e riciclando rame, realizzano opere artistiche.

Lavori realizzati dalla cooperativa Iron Angels nelle catacombe di San Gennaro
(Foto dell’autore)
Lavori realizzati dalla cooperativa Iron Angels nelle catacombe di San Gennaro
(Foto dell’autore)

Ed anche la Casa del Monacone, un bed and breakfast ricavato da un vecchio convento accanto alla basilica di Santa Maria e gestito sempre da un’altra cooperativa di giovani.

Il Rione Sanità non ha solo dato i natali a Totò, ma ha fatto da sfondo a molti film come ad esempio L’oro di Napoli e qui Eduardo De Filippo ha ambientato una delle sue commedie più famose, Il Sindaco del Rione Sanità.

E nel Rione si trova il Nuovo Teatro Sanità, un teatro di circa ottanta posti, ricavato all’interno di una chiesa settecentesca con una splendida pavimentazione dell’Ottocento, rimasta abbandonata per decenni. Anche qui nel 2013 don Antonio decide di affidare la gestione della struttura ad un gruppo formato da giovani under 30 coadiuvati da un gruppo di professionisti del settore teatrale. Tutto questo resistendo a una mentalità che vede l’arte e la cultura come una nemica: prospettare una via di uscita, mostrare il bello e non solo il brutto del Rione Sanità è una gioia e un dovere!

Il Nuovo Teatro Sanità, un’altra iniziativa portata avanti da don Antonio Loffredo
(Foto dell’autore)

Tutti questi giovani sono stati formati grazie all’opera di volontari, architetti, ingegneri, maestri di musica, professori universitari. I progetti invece sono stati finanziati sempre da privati, soprattutto fondazioni.

E i visitatori delle catacombe prese in gestione dalla Cooperativa La Paranza crescono in maniera esponenziale di anno in anno. Prima che la cooperativa prendesse in gestione il bene, i visitatori delle catacombe non raggiungevano 5mila l’anno. Il 2017 invece i ragazzi l’hanno chiuso con 105mila ingressi ed un fatturato di 600mila euro. Più ingressi significa più lavoro; più lavoro vuol dire nuove forze giovani da mettere in campo. Da sei volontari, sono diventati 27 assunti con regolare contratto. Dal 2008 ogni anno sono cresciuti del 30%. E i primi due mesi del 2018 hanno registrato il 70% in più di ingressi degli stessi mesi dello scorso anno.

E la cosa bella (perché, ripetiamo, il bello e il bene generano e attirano altro bello e bene),  è che il «modello Sanità» comincia a essere esportato anche in altri quartieri di Napoli.

E adesso quei ragazzi non si vergognano più di dire di essere nati e cresciuti nel Rione Sanità.

Anche i murales, che spiccano in varie zone del quartiere, stanno a testimoniare questa rinascita e il “miracolo della Sanità“, come è stato definita da molti giornali.

Il murale di piazza Sanità, è stato realizzato nel 2016 in un palazzo di fronte la basilica di Santa Maria della Sanità, dallo street artist Tono Cruz, intitolato “Luce”.  Rappresenta le facce dei ragazzi e ragazze di queste stradine e vicoli, simbolo luminoso di speranza e futuro.

Il murale “Luce” realizzato da Tono Cruz.  (Foto dell’autore)

Si tratta del primo progetto di Street Art al Rione Sanità curato dall’associazione “Il Fazzoletto di Perle” e realizzato in collaborazione con la Fondazione di Comunità San Gennaro e patrocinato dal Comune di Napoli.  L’iniziativa rientra nell’ambito di un progetto più ampio che vede la comunità locale impegnata nel promuovere l’arte da tutti i punti di vista, anche da quello decisamente giovane e moderno tipico della street.

Il titolo “Luce” non è casuale: l’opera campeggia sulla parete dell’edificio antistante la Basilica di S. Maria della Sanità e ne ricopre quasi totalmente la facciata con un murale tondo che sembra quasi un fascio di luce.

Soggetti dell’opera sono poi i volti dei ragazzi e delle ragazze di Rione Sanità, delle sue strade e dei suoi vicoli, che sembrano rappresentare una luce di speranza per il futuro e per tutta la comunità.

Un murale per dare “Luce” ad uno dei quartieri più bistrattati di Napoli, ma che ogni giorno riparte dalla speranza.

Sulla facciata laterale della Basilica di S. Maria della Sanità campeggia il murale dell’argentino Francisco Bosoletti intitolato “Resis-ti-amo”,  realizzato anch’esso nel 2016 e fortemente voluto dalla Fondazione Comunità San Gennaro, col favore di padre Antonio Loffredo.

Il murale di Francisco Bosoletti intitolato “Resis-ti-amo”.
(Foto dell’autore)

Il messaggio lanciato dall’artista con il suo murale è che “l’amore combatte, l’amore resiste, l’amore vince”. Si tratta inoltre del primo murale in Italia realizzato su una facciata di un edificio religioso e che trae ispirazione dalle storie vere che Bosoletti ha incontrato per le strade di Napoli.

Questa è la storia del Rione Sanità, che era stato creato per accogliere le importanti famiglie nobiliari e i facoltosi borghesi della città, ma col passare del tempo si è trasformato, diventando una delle zone più popolari di Napoli e un luogo tristemente conosciuto anche per la sua emarginazione sociale, la disoccupazione e la criminalità organizzata.

Ringrazio ancora la bravissima guida che con passione e orgoglio ci ha accompagnato nella visita alle Catacombe della Sanità. Presto riproporrò il mio tour “Napoli sottosopra: dalla luce al buio, dal buio alla luce” che si snoda in questo incredibile quartiere.

Il sito della Cooperativa La Paranza è http://www.catacombedinapoli.it

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2 pensieri riguardo “La Napoli “bella”: Don Antonio Loffredo, i ragazzi del Rione Sanità e la Cooperativa La Paranza”

  1. bellissimo racconto, bellissime foto….peccato che non sono potuta venire….ma non mi sfuggirà la prossima volta. Brava Maria Alessandra

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