Marcello Dudovich, il pittore della vita moderna. Dudovich decoratore d’interni: Villa Amalia a Verucchio (II° parte)

“Apre” la decorazione in quella che, per convenzione, definiremo come “prima” parete, un tendaggio che inquadra una porta, trattenuto sull’architrave da una scimmietta. È stato giustamente notato che si tratta non tanto di un espediente teatrale che ci immette nella scena, quanto di un pretesto per poter ritrarre sull’architrave la scimmietta Pierrette, come se fosse un elemento araldico fra suntuosi panneggi.

M. Dudovich, particolare della “prima” parete del salotto di Villa Amalia: la scimmia Pierrette
M. Dudovich, particolare della “prima” parete del salotto di Villa Amalia: la scimmia Pierrette

Pierrette era la “mascotte” dei Borsalino, già ritratta da Dudovich nel 1921 circa quando realizzò un manifesto dove la scimmietta osserva perplessa un cappello Borsalino in levitazione.

Copertina de “Le Vie d’Italia”, marzo 1923, con la pubblicità di M. Dudovich per i cappelli “Borsalino”, 1921 ca. (140x100 cm, stampa Star-IGAP, Milano) – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 - 1947)”.
Copertina de “Le Vie d’Italia”, marzo 1923, con la pubblicità di M. Dudovich per i cappelli “Borsalino”, 1921 ca. (140×100 cm, stampa Star-IGAP, Milano) – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 – 1947)”.

Questo tendaggio è quel che rimane di un padiglione che doveva, in un primo momento, inquadrare le scene, come risulta dai molti suoi disegni preparatori, bozzetti e appunti grafici lasciati a villa Amalia, realizzati quasi sempre a carboncino ed a matita. A Dudovich “era stata lasciata carta bianca per quanto riguardava tutto il lavoro della sala: la tecnica di esecuzione, la forma di decorazione ed anche il soggetto. Sembra che in un primo tempo l’artista avesse pensato di raffigurarvi qualche episodio di una sagra paesana: il teatrino, i frati che cantano e suonano l’armonium, i contadini con le bestie. Ma successivamente, forse assai presto, l’idea subì dei mutamenti: il soggetto venne definendosi come una festa medievale, e poi come una serie di scene di vita rinascimentale, con parecchi personaggi ispirati a quelli del Pisanello e dei primi pittori del Quattrocento […]. Gli episodi avrebbero dovuto svolgersi su tutte le pareti, immaginate come quelle di un grande padiglione aperto sull’esterno: fra quinte di tendaggi semiaperti che creavano una continuità si sarebbero potuti scoprire brani di paesaggio, la folla policroma, i nobili animali della corte (non più del cortile come nella prima idea).” (P.G Pasini, “Il mare di Dudovich”)

L’idea di un tendaggio aperto ha numerosi riferimenti storici. Questo espediente teatrale lo troviamo già nel XVI secolo in un quadro che diventerà un prototipo per i futuri sviluppi della pittura: è la Madonna col bambino e Santi, detta Madonna Sistina, di Raffaello Sanzio, un olio su tela conservato a Dresda alla Staatliche Gemaldegalerie, del 1513-14. Il dipinto è impostato sull’espediente teatrale delle tende scostate, sul cielo aperto, che hanno la funzione di presentare la Madonna col bambino ai fedeli.

Saranno numerosissimi i casi in cui si utilizzerà quest’espediente teatrale. Ma il paragone più calzante è senz’altro quello con il Salone Turco del Palazzo Colonna a Roma, di cui mi sono in parte già occupata negli articoli dedicati a Maria Mancini, e che rappresenta un tipico esempio dell’illusionismo del ‘700. Le pareti dell’ampio salone romano (in quella di entrata è presente un’iscrizione: “Fecit anno 1758”), presentano molteplici giochi illusionistici e tra questi troviamo un pesante drappo dipinto, aperto come un sipario di teatro e, come in altri luoghi a palazzo Colonna,  continua in un lembo realizzato in stucco dipinto che accentua l’effetto trompe-l’oeil.

Salone Turco di Palazzo Colonna a Roma, 1758, veduta d’insieme della parete d’ingresso e di quella settentrionale – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 - 1947)”.
Salone Turco di Palazzo Colonna a Roma, 1758, veduta d’insieme della parete d’ingresso e di quella settentrionale – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 – 1947)”.

Da tenere presente che in questi stessi anni nei teatri si avevano numerosi tentativi di rinnovamento per provocare agli spettatori un effetto d’intenso coinvolgimento emotivo e visivo.

Un parallelo interessante, con le tempere di Dudovich, riguarda anche gli sfondi paesaggistici ed architettonici che in Palazzo Colonna si riducono a fondali scenici prive di profondità. Anche a villa Amalia si riscontra una situazione simile: i castelli dipinti da Dudovich nello sfondo hanno una funzione di puro fondale scenico, ed anzi al “paesaggio viene negato anche lo sfondo del cielo: i castelli, infatti, sono ritagliati come una quinta sul bianco della parete, che continua nel soffitto, sotto le travi scure, bene in vista”. (Il mare di Dudovich).

Questo particolare conferma la mancanza d’illusionismo nella decorazione di villa Amalia, dove le stesse figure non hanno spessore ed i chiaroscuri sono quasi aboliti.

Per quanto riguarda la scimmietta dei Borsalino, Pierrette, anche in questo caso innumerevoli sono i precedenti artistici che rappresentano le scimmie. Come non pensare soprattutto a Paolo Veronese, tra cui la Presentazione della famiglia di Dario ad Alessandro, un olio su tela conservato a Londra alla National Gallery, datato all’incirca al 1565-67. Poggiata su una balaustra, c’è una scimmia che gioca con una catena.

Paolo Veronese, particolare della Presentazione della famiglia di Dario ad Alessandro, olio su tela, Londra, National Gallery, 1565-67 ca. – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 - 1947)”.
Paolo Veronese, particolare della Presentazione della famiglia di Dario ad Alessandro, olio su tela, Londra, National Gallery, 1565-67 ca. – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 – 1947)”.

E sempre nel Salone Turco del Palazzo Colonna a Roma, su una sovrapporta c’è un giovane che si sporge per giocare con una scimmietta tenuta ad una catenella.

Volendo ricordare poi esempi più vicini cronologicamente a Dudovich, c’è villa Fonio, in Emilia Romagna. L’edificio fu realizzato per Arturo Fonio, il titolare dell’impresa costruttrice delle Terme Barzieri a Salsomaggiore costruite tra il 1919 e il 1923 dall’architetto Ugo Giusti e dal “Maestro Decoratore” Galileo Chini, come lui stesso amava definirsi, i quali, in seguito, costruirono villa Fonio: anche qui troviamo una scimmietta, seduta su una balaustra, che si volta mostrandoci la schiena.

Particolare della decorazione della tavernetta di villa Fonio, Emilia Romagna, realizzata dopo il 1923: Allegoria scherzosa del buon vino e della buona tavola – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 - 1947)”.
Particolare della decorazione della tavernetta di villa Fonio, Emilia Romagna, realizzata dopo il 1923: Allegoria scherzosa del buon vino e della buona tavola – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 – 1947)”.

Continuando la descrizione della “prima” parete, Dudovich ha rappresentato, davanti al tendaggio, un leggio sul quale è poggiato un libro aperto dove in una pagina è raffigurato l’episodio del bacio di Paolo e Francesca.

M. Dudovich, “Prima” parete del salotto di Villa Amalia con la tempera di M. Dudovich – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”
M. Dudovich, “Prima” parete del salotto di Villa Amalia con la tempera di M. Dudovich – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”

Certamente non fu casuale l’inserimento di questo episodio, narrato nella Divina Commedia da Dante Alighieri. Nel V canto dell’Inferno della Divina Commedia, ai versi 73-142, si parla dell’amore fra Paolo Malatesta, di “bella persona” e Francesca da Polenta presa da un “piacer sì forte” per suo cognato e della loro tragica fine per mano del marito tradito, Gianciotto Malatesta, il figlio deforme e zoppo (“ciotto”) di Malatesta da Verucchio.

“Galeotto” fu il libro con il racconto di Lancillotto del Lago, uno dei prodi cavalieri della Tavola Rotonda e di “come amor lo strinse” per Ginevra, la moglie di re Artù: la sua lettura, dal fascino seduttore, fu responsabile della loro tragica fine. I due, soli in una stanza e “sanza alcun sospetto” arrivano nella loro lettura a quel punto in cui “cotanto amante” bacia “il disiato riso”. Ed è solo a quel punto che essi, ormai vinti dalla passione, cedono e Paolo “tutto tremante” bacia la bocca di Francesca.

Questo soggetto era un omaggio, da parte di Dudovich, al luogo dove si trova la villa. Paolo e suo fratello Gianciotto, infatti, erano figli di quel “mastin vecchio” Malatesta, ricordato da Dante nel XXVII canto dell’Inferno della Divina Commedia. E Verucchio era la “culla dei Malatesta”. La vicenda di Paolo e Francesca inoltre, se veramente accaduta, è da collocarsi fra il 1283 e il 1284 a Rimini, nelle case malatestiane; ma il luogo del tradimento e del delitto è conteso fra Rimini, Pesaro, la rocca di Gradara, Santarcangelo e Verucchio.

La tragica vicenda dei due amanti che trovarono la morte per colpa di “Amore”, che li invaghì l’uno dell’altro, è stato uno dei temi più cari al Romanticismo e molte sono le rielaborazioni pittoriche, teatrali e musicali.

Tra le tante, Gustave Dorè che, nel 1861, aveva illustrato l’Inferno. Dorè rappresenta l’episodio, narrato nel V canto dell’Inferno, all’interno di una stanza di un palazzo dove un suntuoso tendaggio ci immette nella scena aprendosi al centro come in un teatro. I due innamorati si stanno baciando, con il libro “galeotto” tra le mani di Francesca. Ma Gianciotto, scostando le cortine di una tenda, li sorprende: è armato e pronto a colpire, ma i due sono ancora ignari di quello che sta per accadere.

Gustave Dorè illustrazione per la Divina Commedia di Dante Alighieri: l’episodio di Paolo e Francesca, V canto dell’Inferno, 1861 – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 - 1947)”.
Gustave Dorè illustrazione per la Divina Commedia di Dante Alighieri: l’episodio di Paolo e Francesca, V canto dell’Inferno, 1861 – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 – 1947)”.

Proseguendo nella descrizione della “prima” parete di villa Amalia, incontriamo due figure in piedi, accanto al leggio, ed una terza davanti a loro seduta con un falco sul pugno ed accanto un levriero: in primo piano vi è la cacciagione presa.

La prima figura che s’incontra è un personaggio femminile. La dama, dalla posa statuaria, è vista di profilo.

M. Dudovich, particolare della “prima” parete del salotto di Villa Amalia: la dama, il cavaliere, il bambino col falcone
M. Dudovich, particolare della “prima” parete del salotto di Villa Amalia: la dama, il cavaliere, il bambino col falcone

La sua raffigurazione risente moltissimo di tutta una tradizione classica rinascimentale del XV secolo, dove il ritratto di profilo prendeva a modello quello delle medaglie commemorative, derivanti, a loro volta, dall’esempio delle monete imperiali romane.

Basti citare in particolare il Ritratto di fanciulla, una tempera su tavola del 1465 circa, dalla controversa attribuzione che varia tra Antonio e Piero Pollaiolo, conservata allo Staatliche Museen di Berlino, che presenta anche un copricapo molto simile a quello dipinto da Dudovich.

Ritratto di fanciulla, tempera su tavola, 1465 circa, attribuito ad Antonio o Piero Pollaiolo, Berlino, Staatliche Museen – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 - 1947)”.
Ritratto di fanciulla, tempera su tavola, 1465 circa, attribuito ad Antonio o Piero Pollaiolo, Berlino, Staatliche Museen – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 – 1947)”.

E ancora, la posa della dama ritratta nella tempera ricorda anche un’altra opera, l’Affresco di Sant’Anastasia di Antonio di Puccio, detto Pisanello, datato 1433-1438, che si trova nella chiesa domenicana di Sant’Anastasia a Verona. In un particolare dell’affresco, pervaso da un’atmosfera fiabesca da romanzo cavalleresco, insieme a San Giorgio è rappresentata la principessa, ieraticamente vista di profilo e voltata verso il santo.

Studio di M. Dudovich per le tempere di Villa Amalia: la dama vista di profilo, carboncino su carta, 35x50 cm – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”
Studio di M. Dudovich per le tempere di Villa Amalia: la dama vista di profilo, carboncino su carta, 35×50 cm – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”

Per quanto riguarda la figura maschile anche questa risente di tutta la tradizione rinascimentale. Lo si può vedere guardando i gruppi di figure presenti in alcuni dipinti, soprattutto del Quattrocento, dove i ritratti dei personaggi (in genere sempre appartenenti alle famiglie che commissionavano le opere), sono avvolti da una ieratica compostezza. Si pensi soprattutto ad alcune figure del ciclo murale dedicato alle vicende leggendarie della vera Croce, presente nell’abside della chiesa di San Francesco ad Arezzo, dipinto da Piero della Francesca tra il 1452-62, dall’aspetto austero e solenne.

In particolare nell’episodio de L’adorazione del sacro legno le dame, che accompagnano la regina di Saba, richiamano nel loro impianto compositivo le figure di Dudovich. Ed anche l’abbigliamento è molto simile nella fattura e nel colore. Più in basso, davanti alle due figure, in Piero vi è la figura della regina inginocchiata ad adorare il sacro legno, in Dudovich vi è la figura del bambino seduto.

Piero della Francesca, L’adorazione del sacro legno, ciclo di affreschi della Storia della Vera Croce, abside della chiesa di San Francesco, Arezzo, 1452-62: particolare con le dame che accompagnano la regina di Saba – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 - 1947)”.
Piero della Francesca, L’adorazione del sacro legno, ciclo di affreschi della Storia della Vera Croce, abside della chiesa di San Francesco, Arezzo, 1452-62: particolare con le dame che accompagnano la regina di Saba – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 – 1947)”.

Altri riferimenti si possono trovare nei ritratti de La giustizia di Borso e la partenza per la caccia nella parte relativa al mese di Marzo degli affreschi de Il Ciclo dei Mesi eseguiti da Francesco del Cossa nel 1468-70 nel Palazzo Schifanoia a Ferrara, su commissione di Borso d’Este; e nel gruppo con i ritratti della famiglia Medici presenti ne L’Adorazione dei magi, una tempera su tavola di Sandro Botticelli, del 1475 circa, conservata a Firenze nella Galleria degli Uffizi.

Sandro Botticelli, L’Adorazione dei magi, tempera su tavola, 1475 circa, Firenze, Galleria degli Uffizi: particolare con i ritratti della famiglia Medici – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 - 1947)”.
Sandro Botticelli, L’Adorazione dei magi, tempera su tavola, 1475 circa, Firenze, Galleria degli Uffizi: particolare con i ritratti della famiglia Medici – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 – 1947)”.

Anche di questo personaggio maschile si ha uno studio preparatorio di Dudovich, dove l’uomo è rappresentato con una rosa in mano.

Studio di M. Dudovich per le tempere di Villa Amalia: il cavaliere con la rosa, carboncino su carta, 35x50 cm – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”
Studio di M. Dudovich per le tempere di Villa Amalia: il cavaliere con la rosa, carboncino su carta, 35×50 cm – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”

Il disegno è molto simile ad un quadro di Ridolfo del Ghirlandaio (figlio di Domenico Ghirlandaio), L’orafo, conservato alla Galleria Palatina di Firenze.

Ridolfo del Ghirlandaio, L’orafo, Firenze, Galleria Palatina – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 - 1947)”.
Ridolfo del Ghirlandaio, L’orafo, Firenze, Galleria Palatina – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 – 1947)”.

Seduto davanti alla dama ed al cavaliere, e da loro osservato, c’è un bambino. Anche la sua posizione è “carica di storia”, nel senso che deriva da un vasto repertorio classico che dalla scultura greca è passato a quella romana e poi all’arte italiana del Rinascimento. Figure di persone sedute, con le gambe accavallate, le troviamo già nel Trono Ludovisi del 460 a.C. circa, conservato a Roma al Museo delle Terme, in particolare nella figura di fanciulla che suona il flauto presente in uno dei lati corti; ed ancora ne Lo Spinario, bronzo tardo ellenistico del I secolo a.C., che rappresenta un fanciullo che si estrae una spina dal piede, conservato a Roma al Palazzo dei Conservatori. Nella pala d’altare di Vittore Carpaccio, La presentazione di Gesù al tempio, un olio su tavola del 1510 conservato a Venezia, Gallerie dell’Accademia, vi sono tre angeli musici, di cui uno al centro con il liuto in posizione seduta e con le gambe accavallate.

Il bambino tiene nella mano destra, protetta da un guanto, un falcone. Ai suoi piedi, parte della cacciagione conquistata ed accanto a lui un levriero, il cane prescelto per le battute di caccia. Il falcone ricorda nella posizione, quello disegnato da Tranquillo Cremona nel suo studio per Il falconiere.

Un’altra scena di caccia si ha in secondo piano, sotto le mura della rocca di Gradara, dove alcuni levrieri e un cavaliere a cavallo inseguono un cinghiale.

M. Dudovich, particolare della “prima” parete del salotto di Villa Amalia: la scena di caccia al cinghiale sotto le mura di Gradara.
M. Dudovich, particolare della “prima” parete del salotto di Villa Amalia: la scena di caccia al cinghiale sotto le mura di Gradara.

La caccia era un’attività molto importante nel medioevo, ma riservata ai “ricchi”: infatti, solo il feudatario aveva il diritto di cacciare la selvaggina, mentre era severamente proibito alla gente comune. In particolare l’arte della falconeria era la caccia più “nobile”, uno svago esclusivamente riservato alla corte, anche perché era uno “sport” molto costoso.

Sono numerosissime le rappresentazioni italiane che raffigurano scene di caccia con falconi e levrieri. Molte di queste si trovano nei castelli e soprattutto in quelli che sorgevano nelle residenze di caccia. Un esempio molto significativo lo abbiamo ad Oreno, vicino Milano. Nel casino di caccia della villa Borromeo, in una sala con camino al primo piano, sono presenti degli affreschi, scoperti nel 1927, raffiguranti scene di caccia, datati all’incirca al 1445-46.

Il levriero, essendo un cane potente e soprattutto velocissimo, veniva utilizzato per la caccia: lo troviamo rappresentato in molte scene di caccia dei romanzi cavallereschi del XIV secolo ed in molte opere del XV secolo. Nell’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano, una tempera su tavola firmata e datata 1423, conservata a Firenze alla Galleria degli Uffizi, il tema religioso è usato come un “pretesto” per l’esibizione e la potenza del committente, Palla Strozzi, uno dei più ricchi banchieri fiorentini. La tavola, in un gusto “cortese” tipico del Gotico internazionale, presenta nello sfondo il viaggio dei re Magi attraverso l’Oriente che si svolge come un corteo per una caccia; in primo piano, insieme ad una folla di cortigiani e cavalieri, è rappresentato un bellissimo levriero. Solo per citare altri esempi del Quattrocento, lo ritroviamo anche in Benozzo Gozzoli, Pisanello e Paolo Uccello e ne Il ciclo dei Mesi, nel Palazzo Schifanoia di Ferrara, già citato precedentemente, commissionato da Borso d’Este, che risente ancora di un clima tardo-gotico con richiami al medioevo cavalleresco. Tante altre raffigurazioni di levrieri le avremo nelle varie rappresentazioni con la Caccia di Diana a cominciare dal ‘500 fino al ‘700.

Tra le storie minori, all’interno di quelle principali, si è già accennato alla scena dipinta in secondo piano, sotto il castello di Gradara, della caccia al cinghiale inseguito da un cavaliere a cavallo e da vari cani: uno di questi gli addenta un orecchio. Anche questa è una raffigurazione carica di storia, come nella medaglia di Alfonso V D’Aragona eseguita dal Pisanello nel 1449 che a sua volta deriva da una lunga iconografia di epoca romana sul tema della caccia al cinghiale.

Pisanello, medaglia di Alfonso V D’Aragona, 1449, verso – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 - 1947”.
Pisanello, medaglia di Alfonso V D’Aragona, 1449, verso – Fonte: “M.A. de Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 – 1947)”.

Chiude la raffigurazione di questa parete una figura femminile con un abito azzurro che regge uno stendardo. È il ritratto di Rosanna Savazzi, la nipote dei committenti. La tempera, come si è già detto, fu realizzata nella dimora di un privato, come era consuetudine nel passato, dal medioevo in poi, quando i signori chiamavano gli artisti per decorare i loro castelli. E proprio come nel passato, Dudovich ha voluto raffigurare alcuni componenti della famiglia dei proprietari della casa.

La posa della donna, tipicamente classica, deriva da una lunga tradizione a cominciare dalla statuaria greca, come le rappresentazioni della dea Athena della seconda metà del V secolo a.C.

Passiamo ora alla “seconda” parete, sulla destra di quella appena descritta. Vi è rappresentato un gruppo di tra cavalieri armati che si avviano ad un torneo. Sullo sfondo, nella sinistra è riconoscibile il monte Titano con le tre rocche o torri di San Marino: la Guaita, la Cesta e il Montale. Sotto a questo monte, come “appoggiato” al mobile sulla sinistra è la rappresentazione di Borgomaggiore; e sulla destra, “appoggiato” al secondo mobile, la grande rocca del Sasso di Verucchio.

M. Dudovich, la “seconda” parete del salotto di Villa Amalia – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”
M. Dudovich, la “seconda” parete del salotto di Villa Amalia – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”

Con questa raffigurazione si entra in pieno clima “cavalleresco”. L’elemento dell’esaltazione del valore militare, infatti, era tipico dei romanzi del ciclo bretone: i tre cavalieri, con i loro stendardi, si avviano a dare prova della loro virtù guerriera in una giostra. Dei tre cavalieri c’è anche uno studio preparatorio realizzato da Dudovich, una tempera su carta.

Studio di M. Dudovich per le tempere di Villa Amalia: i tre cavalieri, tempera su carta, 69x44 cm – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”
Studio di M. Dudovich per le tempere di Villa Amalia: i tre cavalieri, tempera su carta, 69 x 44 cm – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”

Anche la posizione dei tre cavalli posti sullo stesso piano ma leggermente avanzati l’uno rispetto all’altro e dipinti con colori diversi, è una derivazione molto antica. Basti pensare ad alcuni bassorilievi assiri, ai bassorilievi greci del V sec. a.C., a quelli romani e ancora alle pitture vascolari greche. Da qui una lunghissima tradizione. Lo ritroviamo nelle molte miniature che decoravano i codici cavallereschi (in gran parte francesi) e poi dal Quattrocento in poi (ad esempio in Paolo Uccello) sarà lungamente ripresa.

Anche la figura del cavallo visto di profilo, che s’impenna sulle zampe posteriori, ha una lunga tradizione classica molto antica, basti pensare agli esempi greci di epoca ellenistica con le rappresentazioni di Alessandro Magno, ripresa largamente in epoca romana.

E come non pensare ancora una volta a quegli artisti che nel Novecento furono “riscoperti”, come Paolo Uccello (vedi ad esempio la tempera su tavola conservata agli Uffizi, La battaglia di san Romano – 1456-57) e soprattutto il già citato ciclo aretino di Piero della Francesca con gli episodi della Vera Croce, che nei primi anni Trenta fu all’origine del rinnovamento della tecnica dell’affresco con il proclama-manifesto del pittore Corrado Cagli dal significato titolo “Muri ai pittori” (1933).

La figura del cavallo impennato sarà poi ripresa lungamente anche dal Cinquecento in poi (Leonardo, Bernini, Anton Van Dyck solo per ricordarne alcuni).

M. Dudovich, la “terza” parete del salotto di Villa Amalia: nello sfondo si riconosce la rocca di San Leo – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”
M. Dudovich, la “terza” parete del salotto di Villa Amalia: nello sfondo si riconosce la rocca di San Leo – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”

Anche in questo caso i riferimenti sono numerosi. A parte l’ormai “citatissimo” Piero della Francesca, tornano in mente nuovamente le miniature che ornavano i libri del ciclo della Tavola Rotonda con gli “amori” dei romanzi di re Artù.

E, forse curiosa coincidenza o forse no, durante le mie ricerche all’epoca della tesi notai un significativo richiamo in particolare con una miniatura francese a colori, tratta dal Roman de la table ronde del 1494, conservata a Torino alla Biblioteca Nazionale, che narra la storia di Lancillotto, uno dei cavalieri della Tavola Rotonda. È rappresentato un cavaliere armato con la lancia che accompagna una dama su di un altro cavallo.

Nella prima parete Dudovich aveva dipinto un libro aperto con l’episodio di Paolo e Francesca tratto dalla Divina Commedia dove, ricordiamo, si dice che “galeotto” fu il libro con il racconto di Lancillotto del Lago e di “come amor lo strinse” per la regina Ginevra, moglie del re Artù: la sua lettura fu responsabile della loro tragica fine.

Lancillotto è il protagonista di vari romanzi del ciclo bretone, tra cui il poema di Chrétien de Troyes, ed incarna il perfetto cavaliere: perfetto guerriero e perfetto amatore. Ricordiamo inoltre che fu proprio questo episodio del romanzo ad avere maggiore fortuna in Italia e la sua traduzione, il Lancelot du Lac del 1446, fu illustrata con 289 disegni di soggetto cavalleresco. E verso la fine dell’800, a seguito di alcune opere del movimento pittorico dei Preraffaelliti (tra cui quelle di Dante Gabriel Rossetti e di William Morris) esplose un vero e proprio revival per le leggende arturiane. Il suo principale rappresentante fu Sir Alfred Tennyson.

Anche in questa parete appaiono episodi “minori”, come il volo delle anitre selvatiche (un episodio già visto nelle tempere dell’aeromensa a Roma) ed un pastore con il suo gregge. L’inserimento di questo motivo “pastorale” è ricco anch’esso di riferimenti storici. E nel ‘600 la rappresentazione del mondo pastorale incontrò poi una vasta diffusione, grazie a pittori come Claude Lorrain che realizzò molti quadri con soggetti pastorali avvolti da un’aura mitica ed idealizzata.

Accostata alla porta, una lunga asta con una bandiera che ricade sull’angolo superiore della porta. “Appoggiata” invece alla porta stessa, dove nell’altra c’era la scimmia Pierrette, qui c’è una lampada nella quale veniva inserito il cero, un oggetto che apparteneva ai proprietari della casa.  Chiude scenograficamente la raffigurazione della “terza” parete un albero.

Continuando la descrizione delle tempere, sulla “terza” parete si ha un altro episodio tipicamente cavalleresco: l’incontro tra una dama a cavallo ed un cavaliere, rivestito della sua corazza e con la lancia: la dama si volge verso il cavaliere. Sullo sfondo è riconoscibile la rocca di San Leo, posta sulla sommità di un enorme blocco roccioso.

Nella “quarta” ed ultima parete sulla sinistra troviamo una bandiera con un’alabarda; in mezzo una porta finestra che dà sul cortile e a destra, accanto ad altri oggetti da torneo, tra cui un tamburo, un’altra bandiera e un’altra alabarda, troviamo un altro elemento dal sapore “antico”: Dudovich infilza, in una spada conficcata nel terreno, un cartiglio con la sua firma.

Di fianco al cartiglio della firma troviamo un’altra delle rocche della zona, Poggio Berni.

M. Dudovich, particolare della “quarta” parete del salotto di Villa Amalia: il cartiglio con la firma e altri oggetti del torneo – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”
M. Dudovich, particolare della “quarta” parete del salotto di Villa Amalia: il cartiglio con la firma e altri oggetti del torneo – Fonte: “F. Farina, Il mare di Dudovich”

Infine, un’altra curiosa testimonianza lasciata da Dudovich a Villa Amalia, oltre alle tempere del salotto già descritte, rimane nella stanza da letto, dove solitamente dormiva il pittore, ancora ammobiliata come lo era all’epoca e chiamata, dai proprietari, la “stanza della regina”, poiché era la stanza di Carolina di Brunswick. In un angolo della camera c’è un paravento che fu dipinto da Dudovich con una curiosa scena, dal sapore squisitamente settecentesco che ricorda Jean-Honoré Fragonard, che rappresenta un’altalena con una ragazza sopra ed altri due personaggi.

All’interno delle storie principali si hanno una varietà di episodi minori, uniti da un medesimo filo conduttore: è l’evasione in un mondo idillico per allietare i committenti con diverse scene di vita di corte. Dudovich forse si può essere ispirato per i costumi ai disegni realizzati nei primi anni Trenta da sua nipote Nives per i figuranti del Palio di San Giorgio, che riprese i modelli del ‘400 e gli affreschi di Schifanoia. Un’altra fonte d’ispirazione, riguardante i costumi ed il soggetto rinascimentale, può essere stato l’affresco (la “Leggenda dei Monti Pallidi”) realizzato da Resentera nella Birreria Pedavena, della località omonima.

L’elemento più evidente nella decorazione sono le citazioni del repertorio iconografico rinascimentale, in alcuni casi molto esplicite. Nella prima parete vediamo una dama vista di profilo in posa statuaria che richiama il Ritratto di fanciulla del 1465 circa di Antonio o Piero Pollaiolo e l’Affresco di Sant’Anastasia di Antonio di Puccio, detto Pisanello, del 1433-1438. Anche la figura maschile risente della tradizione rinascimentale, basti pensare ai ritratti degli affreschi del Ciclo dei Mesi eseguiti da Francesco del Cossa nel 1468-‘70 nel Palazzo Schifanoia a Ferrara relativo al mese di Marzo e quelli presenti nell’Adorazione dei magi di Sandro Botticelli, del 1475 circa. Ma il riferimento più evidente per le due figure è il ciclo murale di Piero della Francesca dedicato alla Leggenda della vera Croce, nell’abside della chiesa di San Francesco ad Arezzo, dipinto tra il 1452 e il 1462. Nell’episodio dell’Adorazione del Sacro Legno due figure di dame che accompagnano la regina di Saba richiamano, nel loro impianto compositivo, l’una la figura femminile di Dudovich, posta di profilo, l’altra la figura maschile vista di fronte. Anche l’abbigliamento è sorprendentemente simile nella fattura e nel colore.

Più in basso, davanti alle due figure, in Piero vi è la regina inginocchiata ad adorare il Sacro Legno, in Dudovich appare il bambino seduto.

Anche la posizione di questo terzo personaggio è carica di storia, poiché deriva da un vasto repertorio classico che dalla scultura greca è passato a quella romana e poi all’arte italiana del Rinascimento. Il bambino tiene nella mano destra, protetta da un guanto, un falcone ed accanto a lui c’è un levriero, il cane prescelto per le battute di caccia. Molte di queste scene con falconi e levrieri si trovano nei castelli, soprattutto in quelli che sorgevano nelle residenze di caccia, e anche in molte opere del XV secolo.

Sempre nella prima parete Dudovich ha rappresentato un leggio con un libro aperto dove è raffigurato il bacio di Paolo Malatesta con sua cognata Francesca da Polenta. L’inserimento di questo episodio, narrato nel V canto dell’Inferno, non fu di certo casuale. Il soggetto era un omaggio al luogo in cui si trova la villa. Verucchio fu definita la “culla dei Malatesta”, e per quanto riguarda la vicenda di Paolo e Francesca il luogo del tradimento e del delitto è conteso fra Rimini, Pesaro, la rocca di Gradara, Santarcangelo e Verucchio. Molto probabilmente la raffigurazione di Dudovich s’ispira a quella di Gustave Doré che nel 1861 aveva illustrato l’Inferno. Tra le storie minori in secondo piano, sotto la Rocca di Gradara, alcuni levrieri e un cavaliere inseguono un cinghiale, raffigurazione straordinariamente simile a quella di una medaglia di Alfonso V d’Aragona eseguita dal Pisanello nel 1449. Chiude la parete una figura femminile, il ritratto di Rosanna Savazzi, nipote dei committenti, la cui posa, tipicamente classica, deriva dalla scultura greca, in particolare dalle statue della dea Athena della seconda metà del V secolo a.C.

Con la seconda e con la terza parete si entra in pieno clima cavalleresco prendendo, ancora una volta, ad esempio le miniature che ornavano i libri del ciclo della Tavola Rotonda. In una parete vediamo un gruppo di tre cavalieri che con i loro destrieri impennati si avviano a dare prova della loro virtù guerriera in una giostra. Sullo sfondo a sinistra è riconoscibile il monte Titano con le tre rocche o torri di San Marino: la Guaita, la Cesta e il Montale, in basso Borgomaggiore; sulla destra la rocca del Sasso di Verucchio. La posizione dei tre cavalli, posti sullo stesso piano, ma leggermente avanzati l’uno rispetto all’altro e dipinti con colori diversi, è una derivazione molto antica. È comunque sempre il Piero degli affreschi aretini ad essere importante come possibile richiamo: basti vedere La vittoria di Costantino su Massenzio del 1452-‘62 e La battaglia tra Eraclio e Cosroe del 1460 circa. Anche Paolo Uccello utilizza in molti casi l’elemento dei tre cavalli vicini.

Nell’altra parete è rappresentata una dama a cavallo con un cavaliere. Sullo sfondo si vede la rocca di San Leo posta sulla sommità di un enorme blocco roccioso. Riferimenti storici si trovano anche in un episodio minore, un pastore con il suo gregge: si pensi all’allegoria de L’Amor sacro e l’Amor profano, di Tiziano Vecellio del 1514-‘15 ed alla vasta diffusione che si ebbe nel ‘600 di scene pastorali ad opera di pittori come Claude Lorrain. Nella quarta ed ultima parete, nello sfondo domina la rocca di Poggio Berni. Accanto ad alcuni oggetti da torneo troviamo un altro elemento antico: Dudovich infilza un cartiglio con la sua firma in una spada conficcata nel terreno.

Ricordiamo che Vittore Carpaccio e Giovanni Bellini firmavano le loro opere su un cartiglio appoggiato su una pietra o sul bordo del quadro.

Infine, un’insolita testimonianza lasciata da Dudovich a Villa Amalia, oltre alle tempere del salotto, rimane nella stanza da letto, dove solitamente dormiva il pittore, ancora ammobiliata come lo era all’epoca e chiamata, dai proprietari, la “stanza della regina”, poiché era la stanza di Carolina di Brunswick alla quale apparteneva la villa. In un angolo della camera c’è un paravento che fu dipinto da Dudovich con una curiosa scena, di fattura settecentesca, che rappresenta una fanciulla che si dondola su di un’altalena con altri due personaggi.

 

Marcello Dudovich: un pittore che spazia dal narrare la vita contemporanea, come nel caso dei murali del Ministero dell’Aeronautica e di quelli di Villa Macallé, al richiamarsi a un nostalgico passato rinascimentale, come a Villa Amalia, o settecentesco (si veda Casa Borletti) o ottocentesco, come nell’abitazione milanese della sua amica Gea. Alle volte, poi, con accenti di divertente simbologia, come nel caso dei murali del Forlanini e anche, in parte, di Villa Piccoli.

Segni moderni e sogni dal passato, dunque, di un artista poliedrico.

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BREVI RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Per una bibliografia più esaustiva si rimanda alla Bibliografia, curata da me, pubblicata nel catalogo della mostra “Marcello Dudovich. Oltre il manifesto”

de CATERINA, Maria Alessandra, Marcello Dudovich: le decorazioni murali (1906 – 1947), tesi di laurea, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Facoltà di Lettere e Filosofia, relatore Silvia Bordini, a.a. 1999/2000

CURCI, Roberto, MASAU DAN, Maria, Marcello Dudovich. Oltre il Manifesto, Milano, Edizioni Charta, 2002. (Catalogo della mostra). Testi di: Roberto Curci, Gian Luigi Falabrino, Piero Delbello, Maria Alessandra de Caterina, Lucio Scardino, Rossana Bossaglia, Anna Maria Spiazzi.

de CATERINA, Maria Alessandra, Segni moderni e sogni del passato. Dudovich muralista, pp. 52-63, in “Marcello Dudovich. Oltre il Manifesto”, Milano, Edizioni Charta, 2002 (Catalogo della mostra)

CURCI, Roberto, Marcello Dudovich cartellonista, 1878-1962, Trieste, Cassa di Risparmio di Trieste, 1976

Archivio storico di Marcello Dudovich: www.marcellodudovich.it

CURCI, Roberto – DORFLES, Gillo, Marcello Dudovich 1878-1962. I cento bozzetti e manifesti per la Rinascente, Milano, Fabbri editore, 1985. (Catalogo della mostra)

“La Rinascente” Archivio: https://archives.rinascente.it

FARINA, Ferruccio, Il mare di Dudovich, vacanze e piaceri balneari nei segni del più grande cartellonista italiano, 1900-1950, Milano, Fabbri, 1991. (Catalogo della mostra)

MONTENERO, Giulio, Marcello Dudovich – Una mostra su 60 anni di manifesti al Civico Museo Revoltella di Trieste, 25 giugno-25 luglio 1962, Trieste, Comune di Trieste, 1962. (Catalogo della mostra)

GRANZOTTO, Giovanni, Marcello Dudovich, s.l. [ma Milano], Giorgio Corbelli editore, 1999

PUTTIN, Lucio – BRUNI, Barbara, Marcello Dudovich, Treviso, Museo Civico “Luigi Bailo”, 1978. (Catalogo della mostra)

PICONE PETRUSA, Maria Antonietta, I manifesti Mele, immagini aristocratiche della “belle époque” per un pubblico di Grandi Magazzini, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1988 – Roma, De Luca Edizioni d’Arte S.p.A., 1988. (Catalogo della mostra)

Fondazione Emiddio Mele – I Magazzini Mele: www.fondazionemele.it

CURCI, Roberto, M. Dudovich. Corso Album, Trieste, Edizioni Lint, 1985

CURCI, Roberto, Dudovich. La poetica dell’immagine femminile, Modit, Milano, 1990 (Catalogo della mostra)

POLI, Francesco, Marcello Dudovich: disegni dagli anni venti agli anni cinquanta, Torino, La Bussola – Grafica internazionale, 1990 (Catalogo della mostra)

MOROLLI, Gabriele – FONTI, Daniela PESCE, Giuseppe, Il Palazzo dell’Aeronautica, Roma, Editalia, 1989

RESENTERA, Gian Paolo – GUARNIERI, Silvio, Walter Resentera. Retrospettiva antologica a cinque anni dalla scomparsa, Schio, Edizioni Menin, 2000

PADOVANI, Francesco, Fabbrica Birra Pedavena, 1897-1997: cent’anni di storia, Rasai di Seren del Grappa, Edizioni DBS, 1997. (Catalogo della mostra)

Tesi di Laurea su W. Resentera di: RECH, Chiara, Walter Resentera (1907 – 1995). Cartellonista, illustratore, pittore. aa. 2000/2003 e TESSARI, Michela.

Sito web su W. Resentera: www.resentera.it

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3 pensieri riguardo “Marcello Dudovich, il pittore della vita moderna. Dudovich decoratore d’interni: Villa Amalia a Verucchio (II° parte)”

  1. Complimenti per le notevoli citazioni, anche letterarie, e per i numerosi accostamenti con opere ed artisti e tradizioni, appartenenti ai piu’ svariati momenti storici dell’arte, che hai dato, nel descriverci, abbondantemente, scene e figure trattate da Dudovich negli affreschi su parete a villa Amalia dei coniugi Borsalino!
    Leggendo le tue righe, e’ stato, per me, un gradito, ma insieme nostalgico ripasso di nozioni, con apprendimento di nuove e, grazie a te, mi sento un po’ piu’ ricco di conoscenze.
    In particolare m’e’ piaciuta la tua “chiusa” su Dudovich, definendolo un pittore “poliedrico” dai “segni moderni” e dai “sogni nel passato”. Dopo un lunga trattazione sull’artista triestino, con brevissime parole hai riepilogato tutto, m’hai fatto rivedere in un lampo tutto cio’ che hai scritto su di lui!!
    A villa Amalia c’e’ tutta l’arte di Dudovich calata nel ‘400 e non solo….
    Cosa ci darai in ” pasto”, a breve? Con questa curiosita’, che non e’ solo donna, ti saluto affettuosamente.

    1. Grazie a te Agostino per questa tua lunga carrellata di puntuali commenti sul “mio” Dudovich 🙂 E complimenti per aver citato a memoria i versi… complimenti davvero!
      E sì, questo è stato l’ultimo articolo sul nostro poliedrico artista triestino… dalla prossima settimana si cambierà completamente e decisamente registro 🙂

      1. Grazie a te….adesso Dudovich e’ anche un po’…mio!
        Ringraziandoti e…..aspettando, ti saluto con riconoscenza per quanto ci hai dato sinora e per quello che ci darai…..ciao

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